I SALMI
Stimoli per una lettura orante

Salmo 3

1 Salmo. Di Davide. Quando fuggiva davanti al figlio Assalonne

2 Signore, quanti sono i miei avversari!
Molti contro di me insorgono.

3 Molti dicono della mia vita:
"Per lui non c’è salvezza in Dio!"

4 Ma tu sei mio scudo, Signore,
sei la mia gloria e tieni alta la mia testa.

5 A gran voce grido al Signore
ed egli mi risponde dalla sua santa montagna.

6 Io mi corico, mi addormento e mi risveglio:
il Signore mi sostiene.

7 Non temo la folla numerosa
che intorno a me si è accampata.

8 Sorgi, Signore! Salvami, Dio mio!
Tu hai colpito alla mascella tutti i miei nemici,
hai spezzato i denti dei malvagi.

9 La salvezza viene dal Signore:
sul tuo popolo la tua benedizione.

Non vi è alcun dubbio che il centro del salmo 3 di cui ci occupiamo in questo numero, sia proprio la frase “Ma tu sei mio scudo, Signore, sei la mia gloria e tieni alta la mia testa”. Quel fondamentale “MA” posto all’inizio del v.4 segna il passaggio, marca la svolta dal lamento iniziale alla fiducia, dall’incubo e dal terrore, alla speranza e alla pace, una pace talmente sicura e rasserenante da permettere un sonno tranquillo e profondo. Quel “ma” però, può essere pronunciato solo se saldamente ancorato al “TU” di Dio, un Dio compreso come “scudo”, come difesa salda e sicura. Il salmista sente la propria vita minacciata. “Quanti”, davvero molti sono i suoi avversari, coloro che insidiano la sua vita sino all’oppressione, tanto che l’orante si sente perduto, stretto in un angolo senza via d’uscita. Sono nemici, i suoi, decisi a tutto, insorgono con furia per sferrare un micidiale attacco, tanto più sprezzanti e sicuri di sé in quanto pensano che la vittima da loro designata è sola, immersa nel gorgo della solitudine. Nessuno si curerà di lui, “Per lui non c’è salvezza in Dio!”. Eppure, mentre intorno infuria la tempesta, e l’incubo degli assedianti è quasi palpabile, l’orante è sereno “Non temo la folla numerosa che intorno a me si è accampata”, anzi addirittura dorme “io mi corico, mi addormento”, nel pieno della battaglia. No, il suo non è un atteggiamento incosciente o sprezzante, egli sa per certo che un altro “veglia” su di lui, e per lui “sorge” ad arginare e sconfiggere ogni assalto. Un abbraccio sicuro e rassicurante lo cinge, una tenerezza infinita si prende cura di lui, un amore dolcissimo eppure forte come una roccia che nessuna potenza potrà mai scalfire; una luce lo avvolge, la luce di Dio, la sua stessa gloria. Ed è così che il credente, ancora una volta, può sperimentare l’agire di Dio: mentre attorno fluisce la tempesta del male, mentre anche la notte sembra porre il suo fatale assedio, Dio veglia e fa spuntare l’aurora della salvezza, tenendo per mano chi a lui si è affidato. Questa è la fede, non un pio assenso della mente a congetture astratte e irrazionali, ma il fiducioso abbandono della proprio esistenza che il credente depone e consegna nelle mani di Dio, sicuro di non essere deluso: “Nel mondo avete tribolazioni, ma abbiate coraggio; io ho vinto il mondo” (Gv16,33). Anche se, spesso, Dio ci appare silente e distaccato, distratto e non curante, ed è questo il tormento, la lacerazione, la lotta, l’inquietudine della nostra fede, Egli è sempre pronto a “sorgere” per noi, a nostra difesa; Egli “risponde dalla sua santa montagna”; Egli “tiene alta” il capo del suo fedele. Quest’ultima affermazione ha favorito la rilettura pasquale fatta dai cristiani: Cristo umiliato nella sofferenza e nella morte, viene innalzato alla gloria di Dio. Le incandescenti imprecazioni che concludono l’orazione poetica che ci fanno respirare l’ansia di vendetta della legge del taglione, altro scopo non ha se non quello di esaltare la salvezza ottenuta da Dio e che il salmista vuole celebrare, ed anch’io desidero celebrarla, perché, anch’io come lui, mi sento un salvato.


PARROCCHIA SAN FRANCESCO AL TERMINILLO, 2009